
La Banca centrale australiana ha alzato i tassi di interesse, per la seconda volta dal 6 ottobre scorso, di 25 punti base portandoli al 3,5%. Il governatore dell'istituto, Glenn Stevens, ha spiegato che la decisione è stata presa alla luce della forte crescita in Cina e delle previsioni migliori del previsto in Asia.
L'Australia è stata il primo paese del G20 ad alzare i tassi dopo lo scoppio della crisi finanziaria. Non sono previsti al momento altri ritocchi a dicembre. Il governatore ha inoltre segnalato che l'economia globale ha ricominciato a crescere. L'inflazione core nel Paese continuerà a rallentare nel breve termine, ma non scenderà come atteso in precedenza.
Il rialzo di oggi, quindi, manterrà i prezzi al consumo consistenti con una stabilità di medio periodo. Per quanto riguarda la disoccupazione, Stevens ha dichiarato che ci sono iniziali segnali di miglioramento e che toccherà il picco ad un livello inferiore a quello precedentemente stimato.
Nonostante il calo del dollaro australiano sul biglietto verde in seguito alla decisione della Banca centrale di alzare i tassi di interesse di 25 punti base, in linea alle attese di mercato, la seconda stretta monetaria in due mesi "sarà positiva per la valuta australiana", commenta Paul Brennan di Citigroup. Il restringimento dello spread tra l'Australia, la sola ad aver iniziato una manovra di rialzo dei tassi, farà bene al dollaro locale rispetto alle altre grandi valute.
Alla luce degli ultimi indicatori macro migliori delle attese, i mercati finanziari prevedevano un intervento sui tassi, che potrebbero tornare a superare il 4% da qui a un anno. Alla Borsa di Sydney l'indice S&P/Asx 200 ha chiuso in calo dello 0,2%.
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